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LE ULTIME NOTIZIE SULLA BATTAGLIA PER LA VITA IN AMERICA E NEL RESTO DEL MONDO
Il finanziamento pubblico dell'aborto è alquanto impopolare negli Stati Uniti (il 73% degli americani non è d'accordo), eppure l'amministrazione Biden continua a difenderlo
di Mauro Faverzani

Meglio non farsi troppe illusioni: la battaglia per la Vita è solo all'inizio ed è ancora tutta da combattere. In questa fase particolarmente delicata a livello internazionale, non è certo il caso di dormire sugli allori o di accontentarsi di successi parziali. Perché, certo, anche lo Stato dell'Indiana ha varato una legge per limitare l'aborto, dopo la nota sentenza emanata dalla Corte Suprema americana. Ma non basta. La normativa, che entrerà in vigore il prossimo 15 settembre, prevede delle eccezioni quali stupro, incesto, anomalie del feto o pericolo di vita per la madre, purché entro la decima settimana dalla fecondazione. Nel Kansas, però, oltre il 60% degli elettori, chiamati a referendum, ha votato a favore dell'aborto legale, offrendo così un imprevisto assist ai Democratici in vista delle elezioni di midterm di novembre.
Ed i Democratici non mollano... A partire dall'amministrazione Biden, che, senza fornire motivazioni - come evidenziato dal Texas Tribune -, ha deciso di negare al programma federale Medicaid l'estensione dei fondi da due a sei mesi per le neo-mamme, garantendo loro per tale periodo maggiore assistenza sanitaria, così da cercare di ridurre, tra l'altro, la mortalità materna. Washington ha preferito spingere piuttosto per il finanziamento dell'aborto. Una scelta, che il governatore del Texas, Greg Abbott, repubblicano, sarebbe intenzionato ad impugnare in tribunale. Da qui il suo ultimatum a Biden: o revoca la «misura inconcepibile o si prepari ad una battaglia». Da tener presente che il finanziamento pubblico dell'aborto è alquanto impopolare negli Stati Uniti: un sondaggio promosso lo scorso gennaio dall'Università Marist di Poughkeepsie, New York, ha confermato come il 73% degli americani non sia assolutamente d'accordo col fatto che, per uccidere i piccoli nel grembo materno, si utilizzino i soldi delle tasse.
Intanto, in Australia l'eugenetica continua ad imperversare: le recenti statistiche condotte hanno evidenziato come vengano uccise con l'aborto più femmine che maschi. Quella che viene attuata è una vera e propria selezione, promossa convintamente per motivi sessuali, cercando di corrispondere così ai desideri delle giovani coppie, specie di quelle appartenenti alle comunità indiane e cinesi.
Un fenomeno isolato, regionale? Assolutamente no. Fiorella Nash, nel suo libro The abolition of woman, già nel 2018 ha denunciato come nel mondo oltre 160 milioni di bambine siano state eliminate a causa dell'aborto selettivo del sesso; in India, secondo lo SPUC-Society for the Protection of Unborn Children, tra il 1987 ed il 2016 sarebbero state uccise nel grembo materno ben 13,5 milioni di femmine. Anche nel Regno Unito un'inchiesta condotta dal quotidiano The Independent ha rivelato come l'aborto selettivo abbia ridotto la popolazione femminile, specie tra le comunità delle minoranze etniche, di una cifra compresa tra le 1.500 e le 4.700 unità. Numeri sconcertanti, numeri che rivelano come in certi ambienti si abbia e si promuova una concezione della famiglia ormai disumana.
Ciò non induca ovviamente a perdere la speranza, tutt'altro: la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha aperto una nuova stagione pro-life ancora tutta da scrivere. E le buone notizie non mancano anche altrove, come a Porto Rico, dove il disegno di legge n. 693 si ripropone di vietare l'aborto almeno dopo la 22ma settimana, anziché, come prima, considerarlo legale per l'intera durata della gravidanza. Il testo normativo è già stato approvato dal Senato di Porto Rico con 16 sì, 9 no, un'astensione ed un assente, prima di essere trasmesso alla Camera dei Rappresentanti.
Insomma, i germi di speranza ci sono, quanto avviene Oltreoceano dimostra anche come cancellare l'aborto sia tutt'altro che impossibile, ma proprio per questo è tempo di rimboccarsi le maniche e di combattere la Buona Battaglia per la Vita.

Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Mauro Faverzani, nell'articolo seguente dal titolo "Prima marcia in India, in Usa pro-choice all'attacco" parla della situazione in India e negli Stati Uniti d'America.
Ecco l'articolo completo pubblicato su Radio Roma Libera il 15 agosto 2022:

Cominciamo dalle buone notizie: in India, a Nuova Delhi per la precisione, lo scorso 10 agosto si è svolta con successo la prima marcia nazionale per la Vita, partecipatissima e guidata dai vescovi cattolici di rito latino occidentale e di rito siro-malabarese orientale: il programma prevedeva un tragitto di 2,5 chilometri, percorsi in preghiera ed in modo raccolto lungo le vie della capitale.
Nel corso del rilevante evento sono stati ricordati i milioni di bambini uccisi nel Paese negli ultimi cinquant'anni, 51 per la precisione, da quando cioè è stata introdotta la legge che ha malauguratamente legalizzato l'aborto, legge risalente per l'appunto al 1971. L'arcivescovo di rito siro-malabarese Kuriakose Bharanikulangara della Diocesi di Faridabad ha evidenziato come ogni anno in India siano stati compiuti circa 15,6 milioni di aborti, per giungere oggi ad un tragico totale di circa 800 milioni di bambini uccisi nel grembo materno: un'ecatombe...
Era presente alla grande marcia anche il vescovo Deepak Valerian Tauro, ausiliario dell'arcidiocesi di Delhi e presidente della Commissione per la Vita. Per i bimbi abortiti le campane sono suonate a morto dopo la S. Messa celebrata nella cattedrale, Messa che ha concluso ufficialmente la marcia.
Purtroppo però alle buone notizie fan da contrappeso anche questa volta le cattive: nello Utah un giudice, Andrew Stone, recependo le proteste della multinazionale dell'aborto Planned Parenthood, non ha esitato ad infischiarsene della decisione, con cui la Corte Suprema americana ha rovesciato la sentenza Roe contro Wade ed ha restituito ai singoli Stati la possibilità di legiferare in materia: pertanto, il giudice ha bloccato in via preliminare l'entrata in vigore della normativa pro-life. Contro l'arroganza di tale veto il procuratore generale, Sean Reyes, si è detto pronto a battersi con fermezza in tribunale per far rispettare una legge, che intende tutelare la vita dei bambini non ancora nati. A suo giudizio, «la corte distrettuale ha abusato della propria discrezionalità» e la sua sentenza dovrebbe essere pertanto annullata.
Lo Utah è stato uno dei primi Stati a vietare l'aborto dopo la citata sentenza della Corte Suprema, varando una legge pro-life regolarmente firmata dal governatore repubblicano Gary Herbert ed ora in vigore. Tale normativa, che proibisce l'aborto, pone peraltro anche alcune eccezioni come quella relativa ai casi di stupro, di incesto, l'eventuale disabilità del figlio o una situazione di pericolo per la vita della madre. Non solo: a breve, sempre nello Utah, dovrebbe entrare in vigore ed avere pieno effetto anche una seconda legge, la Down Syndrome Abortion Non-Discrimination Act, firmata sempre dal governatore Herbert, con cui si vieta di abortire i bimbi affetti da sindrome di Down.
Dal pubblico al privato, la lotta per la vita non conosce tregua: secondo quanto riferito dall'agenzia francese Médias-Presse-Info, negli Stati Uniti alcune grandi aziende come Amazon e la Apple, sempre dopo la sentenza della Corte Suprema, si sarebbero immediatamente rese disponibili a farsi carico di coprire tutte le spese alle proprie dipendenti, decise ad abortire ma che vivano in Stati ove ciò sia tornato illegale, per consentire loro di recarsi invece in altri ove sia ancora permesso. Tutto spesato, fino ad un tetto massimo di 4 mila dollari.
Non si è fatta pertanto attendere la risposta di diverse sigle pro-life, che hanno lanciato una riuscita campagna di sensibilizzazione via social, invitando tutti gli aderenti a postare una propria foto con un cartello, che recita: «Amazon e Apple, smettete di finanziare l'industria dell'aborto #BoycottAmazon».
La battaglia per la Vita continua: quanto accaduto nelle poche settimane, in cui è entrata in vigore la sentenza della Corte Suprema americana, dimostra l'importanza di mantenersi informati e d'esser sempre ben desti e pronti a reagire a qualsiasi abuso compiuto, diversamente destinato a tradursi purtroppo in vite umane spezzate nel grembo materno.

 
Titolo originale: Sulla Vita la battaglia è ancora tutta da combattere
Fonte: Radio Roma Libera, 8 agosto 2022